Sospetto abuso di minore. La testimonianza di un bambino

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Sospetto abuso di minore. Il potere dell’intervista sull’interrogato

La testimonianza è un elemento cruciale nel corso di un procedimento giuridico.

La sua raccolta è un processo che vede coinvolti il soggetto testimone, colui che pone le domande e le dinamiche tra loro interagenti e intervenienti in grado di produrre un racconto di-su un fatto vincolato a quel tempo, quei protagonisti, quello spazio.

Di fronte ad uno sconosciuto, al teste è chiesto di raccontare quanto ha vissuto in prima persona o visto o gli è stato a sua volta narrato da terzi, eppure quanto emergerà non sarà esclusivamente legato alla sua memoria…
Parte da qui la nostra riflessione sul potere dell’intervista sull’interrogato, con un particolare occhio di riguardo a quanto può accadere quando a parlare siano dei minori.

Poniamo il caso di un sospetto abuso di minore e consideriamo che il giudice chieda al perito psicologo di accertare la capacità dello stesso a fornire un racconto valido e accurato di quanto avvenuto; si tratta di una situazione quanto mai attuale e comune per la quale il minore risulta vittima e testimone allo stesso tempo.
A cosa dovrà prestare particolare attenzione il perito nel rapportarsi con il bambino e il suo vissuto?

 

Sospetto abuso di minore. La testimonianza del minore

Innanzitutto esistono dei fattori “suggestivi” che non possono essere ignorati e che causano e giustificano la necessità di creare una cornice di fiducia in grado di favorire la comunicazione con il minore:

  • la dipendenza nei confronti di adulti significativi che possono influire con opinioni e valutazioni, condizione che come afferma Valvo (1997-1998) si amplifica in situazioni colme di novità e disorientanti;
  • la tendenza a ridefinire i fatti e le responsabilità alla luce del legame con l’imputato o dei desideri dei famigliari rispetto agli equilibri relazionali;
  • il timore di divenire il responsabile dell’arresto o dell’incarcerazione di qualche congiunto da cui la famiglia dipende. (A. Salvini, A. Ravasio, T. Da Ros (2012), Psicologia Clinica Giuridica, Giunti, Firenze

Tanto più si risulta in grado di mitigare le difficoltà dovute al conflitto di sentimenti nei confronti dell’imputato, all’imbarazzo, ai riflussi emotivi scoperchiati dalla rievocazione del trauma, tanto più sarà possibile essere certi di raccogliere una testimonianza accurata.

Il procedimento giuridico

Premessa fondamentale eppure non sufficiente: se il perito cerca la validità della testimonianza dovrà prestare attenzione ad alcuni accorgimenti; il rischio a tralasciarli? La suggestionabilità e l’inquinamento della memoria.

Onde evitare di creare un noioso elenco proviamo ed entrare nel vivo della situazione attraverso una simulazione rimarcando i dettagli più salienti e non trascurabili.

La testimonianza: esemplificazione con un caso-tipo

E’ accaduto un fatto. È stata fatta una segnalazione, che arriva all’attenzione del giudice. Il giudice chiede l’intervento del perito per accertare la validità del racconto del bambino implicato nel fatto stesso. Il perito sa bene che tanto più tempo passerà tra l’avvenimento e la raccolta della testimonianza, tanto più si incorre nel decadimento mnestico e nel rischio di manipolazioni e interferenze ( motivo per il quale decide di attivarsi immediatamente).

Ma c’è un altro aspetto che ben conosce, ovvero l’importanza di far sentire preparato il bambino all’interrogatorio che dovrà subire.
Ecco quindi che organizza un primo appuntamento nell’aula dove avverrà facendosi conoscere, spiegando se saranno presenti altri soggetti e chiedendo al minore di raccontare qualcosa di sé, per comprendere il suo livello di sviluppo psico-sociale, cognitivo e linguistico.

Arriva così il giorno dell’intervista: nella stanza sono presenti il teste, il perito, e per motivi legali una terza persona alla quale si chiede di non intervenire per tutto il tempo e di riservare eventuali domande o considerazioni alla fine dell’incontro.

L’intervista. Il primo passo è rompere il ghiaccio

La prima parte viene dedicata a creare un clima accogliente e piacevole per il bambino: la situazione è del tutto nuova per lui ed è fondamentale si senta a suo agio e libero di poter raccontare senza sentirsi giudicato. Ecco quindi che il perito gli chiede quale sia il suo sport preferito, come va a scuola, che cosa gli piace fare nel tempo libero. Sciolta la tensione iniziale si può dare avvio all’intervista ma non prima di aver dettato un’importante regola:

è indispensabile che durante l’incontro si parli solo di cose vere o realmente accadute e che si dica apertamenta di non sapere o di non essere sicuro se c’è qualcosa di cui non si è certi. In tal modo si cerca di evitare che il minore risponda offrendo una versione che ritiene compiacente l’intervistatore in quanto figura autorevole ed estranea.

Per lo stesso scopo il perito gli esprime di non sapere nulla di quanto gli è successo lasciando in tal modo aperto l’intero campo di possibilità nel suo racconto. Inizia così la fase di accoglimento della testimonianza con una semplice domanda: “Che cosa ti ricordi della situazione?”.

L’intervista. Ascolto senza interruzioni

La rievocazione libera si è dimostrata essere accurata già in bambini di 4-5 anni che risultano in grado di raccontare correttamente e spontaneamente elementi vissuti.
Il perito ascolta senza interrompere, rispettando i tempi e le pause, senza approfittare delle stesse per porre domande ma sollecitando eventualmente il suo proseguo ripetendo le ultime parole dette o con intercalari quale “e poi?” per far si che si arricchisca di dettagli.
C’è l’ascolto e l’attenzione non solo alle parole del teste ma anche al suo linguaggio non verbale cercando di essere neutrale onde evitare di rinforzare determinate risposte o affermazioni.

Rimangono però alcuni quesiti aperti rispetto agli scopi giudiziari ed è per questo che il perito decide di intervenire attraverso l’uso di alcune domande che riprendono gli elementi già raccontati dal bambino.
La formulazione dei quesiti è particolarmente complessa: non devono implicare la risposta; suggerire al bambino che l’adulto sia già a conoscenza dei fatti o che vi sia una opzione più giusta o attesa dell’altra; devono permettere il “non so” o il “non ricordo” e contenere una domanda per volta e se ripetuti devono essere formulati in maniera differente giustificando la mancata comprensione.
E ancora: no alle domande dirette o chiuse orientanti e limitanti la capacità di fornire spiegazioni; no alle scelte multiple che ristringono il campo delle possibilità; al ripetere le eventuali alternative di risposta in ordine differente onde evitare stereotipie; a lodare il bambino per lo sforzo fatto (ma non per il contenuto fornito); a domande suggestive su aspetti banali per sondare la sensibilità alle suggestioni e tenere di ciò conto nella lettura di quanto raccolto.

La testimonianza. La conclusione

Il perito arriva così al momento della chiusura: con parole semplici ripropone al bambino quanto emerso nel corso della loro chiacchierata per controllare di aver compreso correttamente quanto da lui raccontato e poi si mette a sua disposizione per rispondere ad eventuali dubbi dopo avergli spiegato come potrà proseguire il percorso giudiziario intrapreso.
È il momento di sciogliere la tensione e così si ritorna a parlare dell’hobby preferito del teste per poi salutarsi in un clima del tutto sereno e piacevole.

 

Sospetto abuso di minore. Il maggior rischio di errore

Qual è l’errore più grande nel quale il perito avrebbe potuto incappare in tale percorso? Cercare conferme attraverso quello che viene definito l’atteggiamento verificazionista.

Il processo è del tutto semplice: avendo una chiara teoria in mente al testimone ascoltato si chiede semplicemente di fornire gli elementi necessari alla sua veridicità. Il perito in questione quindi nel corso dell’intervista avrebbe potuto orientare il colloquio con tecniche persuasive o compiacenti portando il bambino a ricostruire la realtà non per come essa sia accaduta ma per come la stessa doveva essere secondo l’adulto.

Emerge così come il linguaggio, sia esso verbale che non verbale, sia una potente arma a disposizione in grado di alterare i fatti e costruire una realtà altra, terza e differente non appartenente né al soggetto vittima né all’abusante né all’intervistatore, ma propria dell’interazione e della condivisione di significati.
Le ripercussioni? La cronaca ne è colma di esempi.

 

A  cura di:
Adriano Legacci, Elisa Ravazzolo

 

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