S-connessioni: il rapporto mente e pelle

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S-connessioni: il rapporto mente e pelle

La nostra pelle è ciò che ci separa e, allo stesso tempo, ciò che ci mette in comunicazione con il mondo esterno e con le persone che ci circondano: è la parte più superficiale del nostro corpo, di cui rappresenta il confine, che funge da barriera senza però impedire la comunicazione; infatti la pelle, essendo organo di senso, veicola continuamente stimoli tattili, termici e dolorifici. Si può dire che la pelle abbia uno statuto di intermediaria, di via di mezzo, di transizionalità (Anzieu, 1985).

 

Il rapporto mente e pelle. Mettersi nella pelle dell’altro

Tutti i modi di dire che rimandano alla pelle (“non stare nella pelle dalla gioia”, “nervi a fior di pelle…”) sembrano voler sottolineare l’immediata percezione che l’essere umano ha della superficie cutanea: un elemento che è sì parte del corpo, ma che allo stesso tempo si affaccia sul mondo, sull’altro, e cioè su qualcosa di sconosciuto, ignoto: “mettersi nella pelle dell’altro”.

 

Il rapporto mente e pelle. Una stessa origine

Psiche e pelle sono indissolubilmente connesse l’una all’altra, a partire dalla loro comune origine: entrambe derivano infatti dal medesimo foglietto embrionale, l’ectoderma (Bassi, 2006). Del resto, la pelle è stata definita come la “parte rovesciata del sistema nervoso”, alludendo proprio alla comune derivazione embriologica del sistema nervoso e della cute.

 

Il rapporto mente e pelle. La comunicazione mente-pelle

È forse anche grazie alla base cellulare condivisa, che la pelle è in grado di comunicare con immediata evidenza i cambiamenti psicologici: arrossiamo se siamo imbarazzati, arrabbiati, eccitati; la paura ci fa impallidire. Anche la piloerezione e la sudorazione sono comunicazioni che la pelle dà in superficie in relazione a mutamenti che avvengono più in profondità. La pelle sembra pertanto essere il luogo su cui, come uno schermo, vengono “proiettati” i contenuti emotivi e i vissuti psicologici dell’individuo.

 

Il rapporto mente e pelle. Madre e bambino

Anche se, coscientemente, non possiamo ricordarlo, la nostra pelle è stata per lungo tempo toccata, accarezzata, manipolata dalle persone che si sono prese cura di noi durante l’infanzia: quando (generalmente) la madre si occupa del corpo del suo bambino, non si limita a pulirlo, lavarlo, tenerlo al caldo, ma unisce – spontaneamente, senza che ciò le venga insegnato – a questi gesti il desiderio e il piacere legati all’accudimento. Perciò, i comportamenti che la madre mette in atto nei confronti della pelle del piccolo, non si riducono mai (quando le cose vanno bene…) a mere azioni meccaniche di pulizia, ma sono sempre veicolo di un messaggio di amore: il massaggio diventa messaggio (Anzieu, 1985). Perciò, possiamo affermare che le prime esperienze relazionali che l’essere umano ha, passano attraverso il contatto pelle a pelle, e si può dire che, inevitabilmente, l’altro lascia un’impronta sul corpo (Lemma, 2005).

 

Il rapporto mente e pelle. Quali funzioni ha la pelle?

Non ci soffermiamo mai a riflettere sul ruolo e sulle funzioni della pelle: come per tutto ciò che riguarda il corpo che abitiamo, viviamo incuranti dell’involucro che da una parte protegge, dall’altra mette in contatto; la pelle impone la sua presenza solo nel momento in cui si ammala. Quando la pelle di un volto è sana, di norma non viene notata, mentre si impone immediatamente allo sguardo dell’altro la pelle che presenta irregolarità e discromie. L’adolescenza è il momento in cui, per eccellenza, si rompono gli equilibri precedenti affinché sia possibile crearne degli altri: anche la pelle partecipa a questi massicci sconvolgimenti, mutando la sua forma e passando da pelle “silenziosa”, che passa inosservata, a pelle che viene guardata, che disturba, che improvvisamente si fa estranea o, addirittura, nemica. L’adolescente può essere molto turbato dalla manifestazioni acneiche che tanto spesso compaiono in questa fase della crescita, fino a vivere con grande ansia il quotidiano confronto con lo specchio e, in parallelo, l’incontro con l’altro.

 

Il rapporto mente e pelle. Le pelle come una tela

La pelle infatti non vuole solo essere toccata: la superficie cutanea è anche la prima parte di noi che viene mostrata agli altri: diventa quindi portatrice dei segnali visibili del nostro modo di stare al mondo, esposta allo sguardo dell’altro. Da sempre perciò la pelle viene tatuata, perforata, scarificata, sottoposta a trattamenti di chirurgia estetica: la pelle diventa una tela (Lemma, 2005) attraverso cui il corpo può narrare il racconto di se stesso (è anche vero che non sono solo corpi tatuati o perforati ad avere una storia da raccontare: ognuno di noi, con il semplice camminare, il modo di vestire, portare i capelli, muovere le mani, sta offrendo, volente o nolente, uno “scorcio” sul suo mondo interno).

 

Il rapporto mente e pelle. Il tatuaggio nel passato

Con la liberalizzazione dei costumi, e la progressiva accettazione sempre più ampia dei look più disparati, non è raro incontrare nelle nostre città persone che sfoggiano ampi tatuaggi sul volto, che hanno impianti sottocutanei di silicone, o piercing e decorazioni metalliche che occupano gran parte del corpo. In realtà, come è facile immaginare, l’essere umano ha da sempre alterato il proprio corpo: il fenomeno della modificazione corporea pertanto non è una pratica che riguarda solo la nostra epoca e il mondo occidentale, ma un’antica manifestazione del desiderio dell’uomo di intervenire artificialmente sulla propria pelle al fine di mutarne l’aspetto, agli occhi propri e degli altri. Tuttavia, le ragioni che generalmente sottendono al comportamento di modificazione corporea in popolazioni non occidentali, sono in gran parte legate alla volontà di trasmettere messaggi circa le credenze e i valori del gruppo (Lemma, 2005). In questo caso, le decorazioni e alterazioni corporee sono affermazioni simboliche, strettamente connesse con tradizioni e riti di passaggio: i tatuaggi assicurano la protezione della vita dopo la morte, le cicatrici spesso rappresentano una forma di medicina preventiva… (ibid.).

 

Il rapporto mente e pelle. Il tatuaggio nel presente

Quindi, se da una parte il significato della modificazione corporea praticata nelle culture tradizionali può essere rintracciato nelle istituzioni e all’interno di rituali sociali condivisi, è più difficile individuare le ragioni che spingono un così ampio numero di persone appartenenti al mondo occidentale a tale pratica. A volte il tatuaggio e il piercing sono vissuti dalla persona come un atto tramite cui è possibile assumere il controllo del proprio corpo o, più in generale, della propria vita (ibid.) . È questo spesso il motivo che spinge molti adolescenti alla pratica della modificazione corporea: sembra che attraverso un “cambio di pelle” il ragazzo marchi il territorio di un corpo che può percepire come non appartenente a sé; “questo corpo è mio”, sembrano dire i segni sulla superficie cutanea (ibid.).
Anche il gruppo dei pari gioca un ruolo fondamentale in adolescenza: perciò è facile immaginare che un ragazzo scelga di farsi un piercing o un tatuaggio al fine di assomigliare agli amici, consolidando così la sua appartenenza al gruppo.

 

Il rapporto mente e pelle. Tatuaggio come ricordo

Altre volte, un segno permanente da portare sulla pelle può segnalare il desiderio della persona di imprimere sul proprio corpo un ricordo, un elemento da “incorporare” dentro di sé; a questo proposito, può essere interessante ricordare che una volta gli unici a farsi tatuare erano marinai e carcerati, cioè persone che, per diverse ragioni, avrebbero passato lunghissimi anni lontano dagli affetti, dalla casa: il tatuaggio diventava allora un modo per portare con sé una memoria tangibile, concreta, di quanto ci si lasciava alle spalle.

 

Il rapporto mente e pelle. La pelle e il tempo

La pelle diventa infine rappresentante del tempo che passa: la nostra pelle mostra per prima i segni dell’invecchiamento, così malvisto nella società di oggi, in cui il corpo deve aderire a canoni di bellezza rigidamente imposti, essere dinamico, veloce. Spesso si cerca di combattere l’invecchiamento e tutti i suoi segni sul corpo, e le rughe vengono eliminate dai volti, dando l’illusione di poter rincorrere una giovinezza eterna.

 

Il rapporto mente e pelle. Alcuni fenomeni estremi di metamorfosi

Ovviamente ci sono persone che si limitano a pochi tatuaggi, qualche “ritocco” estetico arrivati alla mezza età, ma esistono anche fenomeni estremi di modificazione corporea, in cui l’intera superficie cutanea è stata trasformata fino ad assumere un aspetto completamente differente. In questi casi verrebbe spontaneo formulare facili giudizi, alla ricerca di un’etichetta con cui catalogare individui che, volontariamente, compiono attraverso la pelle una completa metamorfosi. Sarebbe invece opportuno tenere a mente che le ragioni di questi cambiamenti radicali vanno cercate nell’irriducibile unicità dell’essere umano e delle sue scelte (Lemma, 2005). Tuttavia, può essere utile interrogarsi sul vissuto che accompagna un comportamento: che significato ha il tatuaggio per quella persona? Si possono pertanto definire due stati d’animo differenti che accompagnano colui che pratica la modificazione corporea: da una parte ci sono le persone che, cambiando l’aspetto della propria pelle, rispondono a un desiderio: allora quel segno diventa espressione di libertà, di scelta. Altre volte invece la pratica di modificazione corporea viene messa in atto perché la persona non può fare altrimenti: è un bisogno a cui è impossibile rinunciare, espressione di una problematica identitaria, funzionale al mantenimento dell’integrità del vissuto corporeo (ibid.); spesso queste persone modificano senza tregua la propria pelle senza mai essere del tutto contente del risultato finale, perché in realtà l’insoddisfazione corporea viene da dentro: ad essere sofferente e bisognosa di cambiamento non è la pelle, ma la psiche. In quei casi è probabile che la pelle non sia più portatrice di messaggi di vita, veicolo di contatto con l’altro, ma il luogo su cui infuria una battaglia che il soggetto compie all’insaputa di se stesso, contro il proprio corpo.

 

Il rapporto mente e pelle. Il mito di Apollo

Il tema della pelle e delle metamorfosi che essa può subire, sembra prendere corpo nel mito di Apollo e Dafne: il dio è innamorato della ninfa, ma lei lo respinge e, mentre si dà alla fuga nei boschi inseguita da Apollo, invoca l’aiuto della madre terra; così, nel momento in cui Apollo sta per afferrare la ninfa per farla sua, lei si trasforma in una pianta di alloro: le braccia diventano rami, le dita foglie: la mano del dio sul petto di Dafne riesce a cogliere gli ultimi battiti del cuore della ninfa, mentre la sua pelle viene catturata per sempre dalla corteccia.
Il mito di Apollo e Dafne descrive una metamorfosi che segna il passaggio da un corpo che sente (sente se stesso, sente l’altro) a un corpo che, coperto da una spessa corteccia, si chiude in sé. Questa trasformazione sembra racchiudere il doppio status della pelle e la sua realtà cangiante: può essere un luogo di scambio e comunicazione, oppure può diventare barriera contro cui si infrangono i tentativi di contatto. Questo, forse, dipende da ciò che batte sotto la pelle.

 

Bibliografia

:: Anzieu, D. (1985) L’Io-Pelle. Edizioni Borla. Roma

:: Bassi, R. (2006) Psiche e pelle. Bollati Boringhieri. Torino

:: Lemma, A. (2005) Sotto la pelle. Psicoanalisi delle modificazioni corporee. Raffaello Cortina Editore. Milano

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