Psicologia dei Diritti Umani. All’età della pietra?

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Psicologia dei Diritti Umani. Una disciplina all’età della pietra?

Psicologia dell’emergenza, psicologia del trauma, psicologia della sicurezza. Sembrerebbero queste le ultime novità della psicologia, i campi delle “nuove professionalità emergenti”.

 Diritti Umani.

Psicologia dell’emergenza, psicologia del trauma, psicologia della sicurezza. Sembrerebbero queste le ultime novità della psicologia, i campi delle “nuove professionalità emergenti”, le offerte dei corsi formativi del momento. Testimonianze visibili di quanto il presente sia segnato dall’insicurezza e dalla sfiducia nelle nostre abituali risorse e di quanto la psicologia e gli psicologi stiano cercando di acquisire un ruolo di primo piano nello scenario delle riflessioni su questo paradossale nuovo modo di vivere dove ci viene richiesto di essere preparati all’inaspettabile, di aspettare l’imprevedibile e di continuare nel contempo a condurre la nostra normale vita quotidiana, mentre alcuni milligrammi di polvere biancastra paralizzano tonnellate di relazioni umane, commerciali, professionali e i nostri figli guardano, in diretta, immagini da war games durante i telegiornali della sera.

Oggi ci si prepara alla guerra minuziosamente, se ne rappresentano tutti gli scenari, se ne anticipano tutte le conseguenze, comprese le più atroci, e poi si va avanti. Ci si prepara, contemporaneamente e con la stessa sapienza tecnica, a ferire e a curare, a bombardare e a proteggere. Le procedure con cui distribuiamo aiuti umanitari assomigliano sempre più a quelle con cui le forze armate distribuiscono gli attacchi militari. Bersagliamo alternativamente le stesse popolazioni di medicine e di bombe nella folle rincorsa di una giustizia della/nella guerra, di una perversa e morbosa umanizzazione della macchina bellica.
Miniamo con la mano destra i campi che noi stessi smineremo con la sinistra e mentre in Angola la media raggiunta dagli sforzi umanitari è di una protesi ogni 3 bambini mutilati (che la usano un giorno a testa per poter percorrere i cinque km che di media separano i loro villaggi dalla scuola), i generali dei corpi speciali di sminamento soavemente spiegano: “è una fortuna che le mine siano state prodotte nel nostro paese, perché così possiamo leggere i dati di fabbricazione e ci è più facile disinnescarle”. Non si avrebbe lo spirito di controllare il paese di produzione degli arti protesici.

Il rischio che gli psicologi italiani stanno correndo è di seguire la stessa logica paradossale, di sottomettersi alla medesima ingannevole ovvietà dell’evidenza. Stiamo concentrando tutti gli sforzi formativi verso la gestione delle situazioni di crisi senza interrogarci sulla crisi stessa, sulla sua ‘inevitabilità’.

Quando ci occupiamo di prevenzione è già una prevenzione neI e non del disastro.

Sembriamo prepararci anche noi a operare in condizioni di attacco come se fosse un inevitabile evento naturale. Ma nessuna guerra è un evento naturale e anche gli eventi naturali, quando coinvolgono gli esseri umani, hanno sempre un livello più fondamentale di prevenzione possibile, quella che previene non gli effetti del disastro ma la possibilità stessa di quel disastro. Chi ha lavorato in emergenza sa che la cosa più difficile da fare, in emergenza, è pensare. Sa anche che, normalmente, chi ci riesce si salva. Ma per uscire dai lacci di un’emergenza che ferma il pensiero, la psicologia italiana deve trovare una sua strada nel dibattito sulle condizioni delle crisi, dei Diritti Umani, che creano emergenza e trauma e l’unica strada possibile è che la psicologia italiana finalmente affronti il dibattito sui Diritti Umani, ne faccia una priorità formativa, riflessiva, operativa.

Come psicologi e psicoterapeuti, non possiamo permetterci di saltare il passaggio che giustifica la nostra presenza nell’emergenza e nella cura dei traumi psichici, se non vogliamo correre il rischio di essere noi stessi strumenti inconsapevoli delle ragioni che causano quelle emergenze e quei traumi.

Questo passaggio si giustificherà solo se saremo capaci di sviluppare una indipendente psicologia dei Diritti Umani. La psicologia italiana è oltremodo assente dal dibattito internazionale sui diritti umani e da quello sulle norme e gli standards per la loro protezione. Pochi conoscono gli sforzi compiuti affinché il nostro governo presentasse il disegno di legge di ratifica del Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati (New York 25.5.2000) e pochi lo sanno perché la battaglia è stata fatta da pochi e fra i pochi di questa, come di altre battaglie, non c’erano psicologi italiani.

 

Diritti Umani. La psicologia italiana

Tutto ciò fa sì che la psicologia italiana, ai tavoli dove vengono discussi i multiformi aspetti del dibattito sui diritti umani, non ha quasi mai un posto a sedere. Se va bene, le è consentito di stare in piedi a guardare. Fatto salvo, naturalmente, di essere chiamata a intervenire quando si deve andare a raccogliere i cocci di una guerra, di una carestia, di un regime basatosi sulla tortura, di carcerazioni politiche a vita, di bambini soldato reclutati a combattere a 6 anni o a spaccare pietre a 4, degli scempi perpetrati dalle polizie etniche e via così, senza tregue.

Nei momenti decisionali delle contrattazioni economico-politiche, nazionali e internazionali, quando si discute di ciò che ci porterà verso un’emergenza o ce ne farà scampare, nelle stanze dove si annodano o si recidono quei fili che segneranno il destino di un popolo, di una nazione, di una etnia, noi psicologi non entriamo. Ma sono le ragioni di questa assenza a dover farci riflettere. Noi psicologi non abbiamo sufficiente presenza perché non abbiamo un nostro discorso sui Diritti Umani, differente e specifico, da affiancare a quello politico, economico, cooperativo, religioso. Non abbiamo abbastanza studi specifici, ricerche empiriche sul campo.

Abbiamo un enorme sapere, una sterminata cultura, un’ineguagliabile pratica quotidiana e personale sull’argomento, ma la psicologia italiana non è riuscita, ad oggi, ad aggregare sufficienti forze di pensiero per tradurre tutto ciò in un sapere delle pratiche e in una prassi di quel sapere che ci permetta di prender voce a quei tavoli.

Finché non costruiremo insieme un pensiero per una psicologia dei Diritti Umani, in grado di misurarsi con i dibattiti internazionali e con le altre professionalità presenti sul campo, il nostro psicologico correre nell’emergenza rischierà di ridursi a cura palliativa dell’incurabile o a colludere con le ragioni dell’emergenza che curiamo.

Dr.ssa Rita Erica Fioravanzo

 

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