Craving in Tossicodipendenza

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Craving in Tossicodipendenza

Un approccio alternativo: la Psicoanalisi Fenomenologica

Il termine “craving“, di origine anglosassone, si riferisce ad una brama, o a un  desiderio ardente.

Craving in Tossicodipendenza. La poliedricità della dipendenza.

La questione riguardante il craving in tossicodipendenza costituisce un’area di ostica trattazione all’interno del più ampio tema della dipendenza.

A tutt’oggi, non ne esiste una definizione comunemente accordata come universale e un serio ostacolo, in primis, è costituito proprio dalla difficoltà di adottarne una che sia condivisibile.

La responsabilità di ciò è da riferirsi alla poliedricità dell’argomento in sé che si esplica sia nei disturbi alimentari e nel gioco d’azzardo come anche nell’abuso di sostanze stupefacenti e alcool.

E’ facilmente comprensibile, vista l’osticità dell’argomento, come il trend di trattazione di questo fenomeno sia stato finora esclusivamente fondato sul sostegno di teorie ancorate psicometricamente a una validità predittiva e discriminante.

 

Craving in Tossicodipendenza. L’approccio Analitico-Fenomenologico

 

Il termine “craving”, di origine anglosassone, si riferisce ad un desiderio ardente.

Tale termine, solitamente impiegato per descrivere le voglie irresistibili delle donne in gravidanza verso particolari cibi o bevande, è stato poi adottato nell’etichettatura del desiderio imperioso di sperimentare gli effetti di una sostanza/situazione psicoattiva precedentemente esperita.

Nel caso dell’abuso di sostanze (cosiddette “stupefacenti” e/o alcol) si riferisce al desiderio smanioso di ripetere l’esperienza piacevole dell’assunzione della sostanza da cui si è stati fisicamente dipendenti.

Non essendosi però esse distinte, fino ad ora, per assolutezza della validità stessa che dovrebbe caratterizzarle , un approccio di tipo Analitico-Fenomenologico (peraltro risultante in letteratura più e meno recente alquanto desueto) al problema è da considerarsi ugualmente proponibile.

E’ importante sottolineare come la natura del fenomeno craving riguardi una varietà di aspetti sociali biomedici e psicologici, e proprio in riferimento a quest’ultimi è utile provare ad adottare una valida analisi alternativa.

In generale, infatti, la prospettiva transdisciplinare ritenuta in letteratura sino ad ora l’approccio chiarificatore eletto, sembra prediligere un intervento di tipo cognitivo-comportamentista, trascurando la soggettività dell’esperienza psico-fenomenologica che è da ritenersi prioritaria nel proprio significato intrinseco di scienza, nella sua utilità e valore per la stessa esistenza umana (suo oggetto d’indagine), nei seguenti aspetti:

  • la presenza dell’altro,
  • l’intenzionalità dei significati,
  • la continuità imprescindibile tra esperienza umana ed esperimento,
  • la formazione intersoggettiva di ogni soggettività.

Alcuni studi, basati sul modello di riferimento analitico-fenomenologico, evidenziano come il generale vissuto di craving sia profondamente correlato al concetto di dipendenza in una chiave interpretativa alternativa per cui droga è metafora di vita.

L’invito è quello di un ribaltamento del consueto punto di vista, prendendo in considerazione la dimensione semantica del vissuto che il termine stesso rappresenta:

droga come valida alternativa di vita di fronte alla percezione di morte sociale e soggettiva determinata dalla non-radicata-si capacità di vivere alternative valide, socialmente accettabili, in maniera autonoma.

Il ribaltamento del termine di “tossicodipendenza” evita così facili fenomeni di approssimazione verbale/concettuale, spostando il punto di vista sul fenomeno di dipendenza tossica per cui la figura socio-psicologica dell’essere tossicodipendente viene a cadere.

 

Craving in Tossicodipendenza. I tossici non esistono.

I vissuti di craving in tossicodipendenza, in termini biologici, sono caratteristicamente accompagnati da intensi stati d’ansia, interpretabili come espressione somatica della minaccia psicodinamica riguardante l’equilibrio della sfera dell’ideale dell’Io, in particolar modo nei temi dell’affettività e della realizzazione professionale.

In soggetti in fase di recupero rispetto a problematicità di dipendenza tossica, inoltre, importanti fenomeni di craving sono stati rilevati nelle abitudini alimentari osservate (abuso di spezie, ricerca smodata di sapori forti dolce/salato), richiamando empiricamente il concetto di compensazione.

Dal punto di vista psicodinamico, i concetti di “autostima” e “impotenza appresa” sono componenti importanti, nella loro labilità, del circuito ansioso-dipendente-distruttivo del vissuto di craving.

Essi divengono così, nelle proprie macerie, rischiosi veicoli capaci di risvegliare sequenze familiari più o meno antiche, che portano il soggetto ad una regressione talvolta fatale rispetto ad un percorso di recupero a volte già concluso.

E’ interessante sottolineare come i dati soggettivi auto-riportati in soggetti individuino nella mancanza della percezione di futuro la causa prima di impossibilità di un progetto di indipendenza.

Sembrerebbe dunque necessario un salto di qualità, dalla semplicistica teoria di “riduzione del danno” ad una più articolata strategia di “produzione di futuro” quale modalità più idonea per determinare uno stato di coscienza dissociato dalla dipendenza, la coscienza della necessità di una nuova politica. La politica del desiderio.

 

Articolo della dott.ssa Beatrice Anna Dalla Nora

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