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La guerra? Spesso c'è anche in famiglia:

A . L'emergenza

Vittorio Tripeni

Sarà già capitato di osservare il momento in cui un bambino espone un problema agli adulti i quali si precipitano su di lui carichi di consigli, sollecitazioni, prediche, rassicurazioni. Tutta una serie di pressioni che molto spesso escludono completamente il bisogno attuale del bambino. Questa è una considerazione che possiamo fare anche nel caso siano gli adulti i latori di una determinata comunicazione di sé (che non necessariamente deve essere una richiesta, potrebbe trattarsi soltanto della affermazione di un loro punto di vista).
Ogni volta siamo pronti a offrire, a dire qualcosa, ancora prima di avere ascoltato ciò che l'altra persona vuole realmente comunicare. Un messaggio che di solito è sostenuto da sentimenti ben precisi ed è vivente anche quando la persona si manifesta in modo antipatico. Magari con un tono aggressivo oppure collerico. Ciò capita soprattutto nei casi in cui ad una mancanza di accoglienza già vissuta prima, la persona ci interpella nuovamente chiedendo maggiore considerazione. Ciascuno di noi lo avrà verificato. Capita che non siamo pronti ad accogliere la richiesta del bambino, del ragazzo, della moglie, dello scolaro, ecc. e allora l'interpellante ci mostra la sua ferita.
Può accadere che nel momento in cui non viene valorizzata la prima comunicazione, il primo messaggio, si risponda in modo impulsivo e aggressivo. I sentimenti si scaldano, diventano veramente forti e si manifestano così in modo molto viscerale. Compare quella che normalmente possiamo chiamare la punta di un iceberg: la parte fisico sensibile di uno stato di sofferenza espressa attraverso la collera. Essa però è soltanto la parte emergente, poiché il vero cuore della sofferenza rimane celato in profondità e può restare tale se alla reazione si risponde con una controreazione. Sono molti i sentimenti che "premono".
Innanzi tutto il sentimento di non sentirsi accettati, accolti, la mancanza di rispetto, il sentimento di frustrazione, il sentimento di non essere riconosciuti, un sentimento di abbandono, un sentimento di distacco, addirittura sentimenti ancora più forti di mortificazione (di morte dell'anima).
Di solito, nei momenti in cui esplodono queste manifestazioni a tutta prima colleriche, la collera si contrappone alla collera e il conflitto si arma. Se in quel momento non esiste la capacità di fermarsi e mettersi a disposizione dell'altro, da parte di chi ha più potere risolutivo, di chi ha più fantasia, di chi ha più voglia di donare una parte di sé, il conflitto si arma costantemente, aumenta la tensione, esplode in vario modo fino alla violenza fisica. Questo capita molto spesso.
Ho incontrato recentemente una persona, una signora di circa 40 anni, che manifestava una grande sofferenza; un grande peso espresso attraverso un pianto disperato per tutto il tempo dell'incontro. Ha ricordato i conflitti, i litigi dei suoi genitori e la violenza e le percosse che sfociavano da questi conflitti.
E' stato molto drammatico, sentivo questa persona prostrata dal dolore, da una sofferenza riportata in superficie e innescata da un sogno fatto in questi ultimi giorni. Un situazione veramente molto forte che ho sentito rovesciarsi in quel momento anche su di me; una gran mole di ricordi, emozioni che sono venute fuori innescate dal vissuto del sogno che l'ha riportata a vivere ancora una volta "questa cosa " che "non riuscirò mai a risolverla" .
Quali tremendi segni i conflitti possono lasciare sulle persone che abbiamo intorno, che stanno sviluppandosi, che vogliono crescere ...

Che cosa fare in una situazione di quel genere? Ad esempio: quali strade seguire in occasione di una guerra in famiglia e di una inevitabile separazione o divorzio?

Esiste la possibilità di contare su un nuovo progetto di vita, quello impostato sulla cultura della mediazione familiare. Da una parte, essa considera innanzitutto il bisogno dei figli riguardo la necessità di avere i genitori come loro punto di riferimento costante.

:: Dall'altra, sostiene la opportunità di aiutare gli ex coniugi a mantenere la loro genitorialità nei confronti dei figli. Decidere insieme l'avvenire dei figli e nello stesso tempo separarsi. Rendendosi consapevoli della propria differenza di vedute, la propria diversità; imparando a riconoscere i punti di vista divergenti e quelli discordanti, che sono gli elementi della separazione e del conflitto. Che, come tali, non possono essere (o che non vogliono essere) sanati. Fare tutto ciò e nello stesso tempo collaborare insieme per garantire un punto di riferimento costante ai loro figli.
Di solito sono proprio le diversità di punti di vista, di sentimento, che vengono utilizzate per armare il conflitto e per contrapporsi e cercare alleati da contrapporre ad altri alleati.
Però, se ciascuno accetta la responsabilità dei propri conflitti e quindi accetta la propria diversità - e di conseguenza riesce a rispettare e ad accettare la diversità dell'altra persona - probabilmente il conflitto può essere trasformato in progetto, nell'interesse principale dei figli e degli ex coniugi che sono chiamati a garantire la loro genitorialità..
Ecco che allora può essere evocata la figura del mediatore che si pone a disposizione delle persone, delle parti in contraddizione, per aiutarle a far emergere e a qualificare i loro bisogni, le loro aspettative, le loro peculiarità.
Non è un negoziatore, non è una persona che cerca di mettere d'accordo le parti, che cerca di migliorare il rapporto attraverso uno scambio. E' un professionista che è soprattutto pagato per non decidere, che si impone da sè stesso la neutralità assoluta. E' disponibile verso gli altri, ma soprattutto disponibile perché gli altri possano parlare, possano confrontarsi, possano prendere decisioni in base ai loro bisogni personali. Non svolge nemmeno il "ruolo" dello psicoterapeuta.


Vittorio Tripeni