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Ho rivisitato i sacri testi del marketing
generale e del marketing dei servizi con cosciente e determinato
pregiudizio interdisciplinare. Antropologia, psicologia, psicologia
sociale, semiologia, sociologia hanno costantemente arricchito le mie
conoscenze in materia di economia, marketing e management.
L’approfondimento delle problematiche della comunicazione interpersonale
mi ha consentito la più efficace integrazione concettuale fra la
componente razionale e l’indisciplinata costellazione degli aspetti
emotivi dei comportamenti organizzativi.
L’ipotesi di lavoro è questa: si può
dilatare l’approccio al marketing dei servizi per comprendervi lo studio
più ampio della vita quotidiana. Come? Associando alla
consolidata dizione di “terziario”, tuttora validissima per denotare lo
specialismo classificatorio proprio del linguaggio delle scienze
economiche e del management, il termine “estetica”. L’operazione
semantica vuole denotare un progetto concettuale piuttosto ambizioso.
L’incontro, anzitutto, fra economia e filosofia. Che serve ad
approfondire o, meglio, a radicalizzare il concetto di valore
economico. Come, del resto, hanno fatto l’eco-nomia civile,
già nel settecento napoletano e scozzese, e la bioeconomia, a
partire dagli anni settanta del secolo scorso. Entrambe smentiscono lo
storico giudizio di Thomas Carlyle a proposito dell’economia come
“scienza triste”. L’una e l’altra non nascondono certo un fine teoretico
orientato alla felicità. Ho considerato fondamentale a questo
riguardo, la lezione di Nicholas Georgescu-Roegen che propone di
conseguirla non solo producendo valore con minori quote di energia e di
materia, ma anche investendo prioritariamente in beni relazionali.
Da tempo, nel marketing, si accetta che in
qualsiasi business, non solo nel settore dei servizi, siano importanti
componenti e processi affettivi, culturali, comunicativi, simbolici. È
ormai scontato, per gli osservatori sufficientemente attenti, che la
dematerializzazione dell’economia ha spostato la crucialità del concetto
di valore su leve prevalentemente intangibili. E da contesti in cui,
pare, si è già andati «oltre il servizio», ci giungono dati quantitativi
su come l’evoluzione delle forme del valore siano in grado di
incrementare i tassi di occupazione ed il prodotto interno lordo di una
nuova economia. Non è tanto quella del Web, di Internet e dell’e-commerce.
È l’economia delle esperienze.
Sono ora disponibili proposte teoriche che
si spingono a misurare, anche contabilmente, non solo la
condivisione di informazione, intelletto e sapere, i principali fattori
dell’economia della conoscenza, ma anche valori come l’esperienza
personale, le emozioni, perfino la spiritualità, la saggezza, le
trasformazioni individuali. Come se le finalità razionali micro e
macroeconomiche della soddisfazione dei bisogni e dei desideri di
benessere fossero riqualificate come complessiva domanda di maggiore
felicità della vita.
Un secondo vantaggio è dato dall’incontro
della semiotica con il marketing. Ne scaturisce la possibilità di
leggere la vita quotidiana come ipertesto semiotico, operazione che
consente una prima legittimazione dell’estetica del terziario come
paradigma evolutivo. Corollario: questa operazione concettuale ci
permette di reincarnare il consumatore nel cittadino o, meglio,
nella persona, vero soggetto dell’economia comunque intesa. Ed è
proprio la semiotica, già protagonista di altre felici integrazioni con
il marketing (design, marca, moda, pubblicità, strategie d’immagine,
urbanistica, vendita visuale), il principale operatore della mia
proposta di integrazione fra estetica e terziario.
Per scrivere questo libro, mi sono anche
impegnato, come cittadino-consumatore, nell’osservazione partecipante.
Da sempre, per vizio professionale, mi comporto da cliente esigente e,
quando necessario, insoddisfatto. Per verificare, puntualmente, l’enorme
distanza fra le buone intenzioni della cultura della qualità, compresa
l’utopia dell’eccellenza, e la colpevole banalità dei comportamenti che
quotidianamente la smentiscono, particolarmente nel-l’erogazione dei
servizi. È nella quotidianità che si consumano fatali disattenzioni e
rozze arroganze nei confronti del cliente. Che si possono ascrivere,
ormai, ad una consolidata cultura del disservizio. Dannosi
boomerang per le aziende.
Così, ho intensificato le mie
ricognizioni, ulteriormente motivato dal dovere documentativo. Ho fatto
file negli uffici riformati delle Poste Italiane, ho chiesto
informazioni a tutti i tipi di sportelli, monitorando i comportamenti
degli addetti, ho chiamato i più vari call centers. Ho
strumentalizzato alle ragioni dell’estetica sanitaria
anche l’esperienza di un intervento chirurgico in day surgery,
valutando le competenze relazionali dell’équipe. Ho litigato con il mio
dentista che si ostinava a definirmi suo paziente e non cliente. Ho
cercato e trovato in deliziosi, piccoli hotel di montagna i modelli
naturali di un’ospitalità alberghiera che può spiazzare i più
sofisticati canoni del marketing dei servizi turistici. Tutte esperienze
che compongono un metodo empirico, induttivo, indispensabile alla
sistematizzazione teorica dell’estetica del terziario.
L’ipotesi di lavoro comprende anche la
convinzione che la vera cartina di tornasole della qualità, comunque
intesa, sia la microfisica dei comportamenti. La catena del valore deve
agganciarsi al livello infinitesimale delle esigenze del cliente. Cosa
possibile solo trasformando il suo ruolo di prosumer
(produttore-consumatore del servizio di cui fruisce) già attivo per
definizione, in coinvolgimento emotivo. Questo è valore totale
o, se si vuole, qualità totale. Ma anche fatto totale, dove
l’aggettivo connota il concetto di servizio di quella completezza che
non esito a definire di spessore antropologico. E qui, come si vedrà, è
d’obbligo il riferimento a Marcel Mauss.
Mi sembra doveroso e necessario
consigliare un approccio alla lettura che non basta definire critico.
Per spiegarmi meglio, mi servo di alcuni concetti chiave della semiotica
testuale, primo fra tutti, quello di cooperazione interpretativa.
A differenza del testo letterario, qui non ci si può permettere di “fare
finta di capire”.
Anche la saggistica è un racconto. Certo, l’argomentazione può essere
contingente, strumentale e scarsamente creativa. Ma chi ha mai detto che
solo i testi letterari richiedano la collaborazione con l’autore? Anche
il manager e lo studente sono lectores in fabula, con diritti e
doveri che ne conseguono. Ed anche questo libro è un’opera
aperta, “una macchina pigra che chiede al lettore di fare una parte
del suo lavoro”.
Fondamentali raccomandazioni semiotiche mi
hanno fatto pensare ai lettori modello di questo testo. Ai
lettori di primo livello, anzitutto, quelli che, secondo Umberto
Eco, leggono un libro “per sapere cosa vi si dice, che cosa accade e
come va a finire”. Come andrà a finire, Estetica del terziario
non lo dice, ma il lettore di secondo livello se lo chiederà
sicuramente. A lui si possono promettere future ricerche sulle
principali estetiche settoriali. Un’onesta presunzione di
utilità, non so quanto apprezzabile, mi spinge, comunque, a dare ad
entrambi alcune raccomandazioni, prima fra tutte, quella di aggiungere
al testo dei “capitoli fantasma”. Non è solo un invito a completare le
mie argomentazioni con il non detto o ad agganciarle al già detto. Più
semplicemente, bisogna aggiungere quello che succede nel frattempo.
Per tenere l’opera sempre aperta, in modo che gli interessati
possano continuare il lavoro di perfezionamento teorico del paradigma
estetico.
Nel libro, non vi sono note a piè di
pagina. Ai pur preziosi supporti intertestuali ho sostituito
l’eventuale, lieve prolissità di indicazioni aggiuntive. Sono di due
tipi: semplicemente esplicative, di servizio, quelle che riguardano la
terminologia specifica o i principali riferimenti bibliografici. Più
argomentative quelle che si riferiscono a particolari casi di business.
Circa le prime, l’intenzione è stata quella di fare cosa utile ai
lettori meno adusi al linguaggio del marketing, particolarmente di
quello dei servizi. Operazione ovviamente incompleta, considerata la
scelta arbitraria dei termini da spiegare con maggior dettaglio.
Maggiori prudenza e pudore ho avuto, invece, per le seconde, dando per
scontata una certa competenza settoriale del lettore di secondo livello.
Va da sé, che mi scuso con lui, se le interpretasse come presunzione di
insegnare lo judò ai giapponesi.
In realtà, tutti, autori, traduttori,
editori, lettori, dobbiamo confrontarci con una nuova situazione
metacomunicativa che, a mio avviso, costringerà anche i semiologi ad
aggiornare le loro conoscenze sulla cooperazione interpretativa e le
stesse teorie del testo. Mi pare che anche la saggistica specializzata
si stia orientando con sempre maggior decisone all’interazione con il
singolo lettore, grazie a quei formidabili mediatori di relazione che
sono i siti Internet degli autori (o di qualsiasi altro soggetto citato)
o, più semplicemente, come nel mio caso, la posta elettronica.
Chi volesse mettersi in contatto con me
può farlo a questi indirizzi:
filiberto.tartaglia@fastwebnet.it ,
ttf@unife.it
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Sociologo
e semiologo, Filiberto Tartaglia è docente di
marketing e public speaking all’Università di Ferrara,
corso di laurea in Comunicazione Pubblica, della Cultura
e delle Arti. Ha insegnato anche sociologia del lavoro e
dell’organizzazione alla Facoltà di Psicologia
dell’Università di Firenze. Svolge attività di
consulenza di direzione e formazione nelle aree
dell’organizzazione aziendale, marketing
interno/esterno, marketing dei servizi, comportamenti
organizzativi, gestione e sviluppo delle risorse umane,
comunicazione interna/esterna, vendite, marketing della
Pubblica Amministrazione e marketing sanitario.
Negli anni ’80, ha fondato
e diretto la rivista internazionale Media & Messaggi,
gemellata con Traverses, pubblicazione ufficiale
del Centre George Pompidou di Parigi. E’ stato titolare
della rubrica Schegge di marketing, nel
quotidiano politico finanziario Italia Oggi.
Autore di Elementi di retorica manageriale
(Milano, 1994) e di Essere glocali (Padova,
2003).
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